FLASH: MUIN

scritto da Egonautico il venerdì, 26 settembre 2008,16:28
La televisione accesa.
Faccio altro, la guardo distrattamente.
Parte un collegamento, vogliono chiedere il parere ad un tale, forse uno scrittore, uno con un nome strano.
Lo inquadrano. Un flash. Mi cattura.
Ma io lo conosco…”.
o forse assomiglia solo a….”.
Parla.
 “Effettivamente parla come lui…”.
Pensieri. I ricordi di quando andavamo nella stessa scuola.
I neuroni si agitano. Una fetta di vita che si ripresenta. Mi tornano in mente altre persone. Ricordi, emozioni. Nostalgia dei propositi di quel periodo, dell’entusiasmo, dei sogni. Mi torna in mente R., i suoi riccioli biondi. Le lettere, si, le lettere… non esisteva Internet, non esistevano i cellulari. Scrivevi una lettera, la imbucavi, e aspettavi giorni per la risposta. Lettere scritte a mano, con i disegnini colorati… a volte profumate… forse le ho ancora da qualche parte. Chissà perché… io ero innamorato di lei e lei era innamorata di me… ma... ma non ce lo siamo mai detti… chissà che fine a fatto…
Mi riprendo dallo tsunami dei ricordi.
Guardo meglio.
Deve essere proprio lui…”.
Oggi abbiamo Internet… Google… metto il nome.
Esce “Lui”.
Sono contento, me lo ricordo come una persona in gamba… una brava persona.
Certo apparteneva ad una certa elite, probabilmente ha avuto più fortuna dei suoi paesani… ma sono sicuro che quello che fa lo fa con il cuore… e qualcosa fara' del bene.
Visto quello che studiavamo non avrei immaginato che seguisse anche questa strada, ma questo può essere il bello della vita… è corta, ma a volte delle cose succedono…
.
...e questo? Per quasi tutti non vorrà dire niente… ma io… una lacrimuccia ce l’ho spesa… allora ero li...
categoria:libri, flash
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FLASH: NUOVA OSSESIONE

scritto da Egonautico il martedì, 03 giugno 2008,09:35
Sei la visione… tra facce da dimenticare…
categoria:musica, flash
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FLASH: L’OBSOLETO

scritto da Egonautico il venerdì, 16 maggio 2008,14:23
caslinoIn casa mia, oltre al “Consulente per le Faccende di Fantasia”, staziona anche “Ormone in Accensione”.
L’Ormone è più vecchio, di qualche anno, del Consulente. Purtroppo è già cresciuto, quanto basta, per perdere buona parte del suo istinto alla fantasia e per incominciare ad essere “inquadrato” dalle varie regole di ribellione e di uniformità al branco che cominciano a far capolino agli albori dell’adolescenza.
Ormone in Accensione” in quanto comincia ad essere vittima delle prime scariche ormonali che portano a ragionare più con il pisello che con il cervello…Ogni maschio che ha superato il periodo adolescenziale dovrebbe capire di cosa sto parlando).
Come tutti i coetanei abusa costantemente di tecnologie che a noi di altre generazioni, alla sua età, erano sconosciute: Cellulari, Internet, MP3, etc.. Abuso che cerco di limitare, sia per i potenziali danni che può portare e sia per il fatto che le relative spese ricadono tutte su di me (per esempio: 600 SMS in 10 giorni hanno un costo non indifferente...).
Una sera, tornato a casa, lo sento che parla al cellulare con una sua amica: “Ti devo salutare, altrimenti l’obsoleto mi sclera”.
Il flash, guardando una trasmissione alla tv: ho capito a chi si riferiva, con “L’Obsoleto.
La vita puo' essere molto dura per noi nella seconda adolescenza…..
categoria:varie, flash
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FLASH: LO “SCEMO” DEL VILLAGGIO

scritto da Egonautico il lunedì, 11 febbraio 2008,16:35
Ho appena terminato di leggere “Torino è casa mia” di Culicchia (libro che consiglio a chiunque abbia intenzione di venire a Torino, sia per lavoro che per turismo).
In qualche punto del libro parla di alcuni personaggi, diciamo originali, che si incrociavano ogni tanto per le vie della città.
Questo mi ha fatto ritornare in mente diverse persone che popolano i miei ricordi di gioventù.
Da ragazzo abitavo in una città di modeste dimensioni e, quando non ero a scuola, passavo gran parte del mio tempo in giro per le vie, le piazze ed i vari locali che c’erano da quelle parti.
Tra tutto quello che formava il “paesaggio” di quel posto mi ricordo anche tutta una serie di personaggi strani, eccentrici, fuori di testa che, in un certo senso, hanno condiviso la vita di quel periodo con me ed i miei amici.
C’era “La Spia”. Un tizio anziano, dalla pelle bianchissima, sempre vestito di nero, con soprabito e cappello che portava anche d’estate, occhiali scurissimi che sembravano avere lenti da saldatore. “La Spia” non ci ha mai rivolto la parola, anzi non mi ricordo di averlo mai visto parlare con nessuno. Camminava sempre vicino ai muri e ogni tanto si fermava in qualche angolo e stava lì a guardarsi attorno. Noi ragazzi passavamo parecchio tempo a fantasticare su chi era veramente: nessuno sembrava sapere qualcosa di lui.
C’era “Il Giucadur”. Un personaggio che sembrava uscito dal fumetto di “Alan Ford”, in cui ricopriva il ruolo di persona rabbiosamente e cronicamente incazzata. Andava in giro con una bici da corsa, di solito spinta a mano. Indossava sempre scarpe da pallone e portava un asciugamano al collo. Se ne andava in giro per le vie della città borbottando tra se. Quando incrociava una donna, se questa lo guardava, cominciava ad inveirgli contro: “Troia! Puttana! Che cazzo c’hai da guardare?”. Uno dei nostri passatempi preferiti era quello di seguirlo per vederlo in azione, quando incrociava una di queste sfortunate, appunto.
Si raccontava che “Il Giucadur” una volta fosse una persona normale, ma che poi aveva perso il lume della ragione perchè la moglie era scappata con un altro. Viveva in una comunità, ma si narrava che fosse pieno di soldi.
Un altro era “Il Poeta”. Questo era una persona che sembrava “normale”, a suo modo un uomo distinto. Vagava per i bar e le bettole della città e, quando ci vedeva ad un tavolo, si sedeva con noi. A quel punto qualcuno diceva: “Poeta, raccontaci qualcosa!”. E lui attaccava con una delle poesie che si inventava… a dir la verità non mi ricordo i versi, ma il bello era vederlo immedesimato in quella parte. Poi, immancabilmente, ad un certo punto, dopo alcuni bicchieri di vino, cominciava a raccontarci di alcuni suoi bizzarri esperimenti di autoerotismo. Mi ricordo di un sacco di grandi discorsi con “Il Poeta”: noi spinellati e lui ubriaco.
Non ha mai voluto raccontarci la sua storia. Ho poi saputo che, probabilmente per il troppo bere, è morto di cirrosi epatica.
C’era anche “Alfonso”. “Alfonso” era una via di mezzo tra Alvaro Vitali e l’omino della Birra Moretti. Girava per la città su una vespetta bianca e, ogni volta che incrociava qualche ragazza, faceva un verso stranissimo, un incrocio tra il gracidare delle rane e lo schiocco della lingua che si fa per chiamare i cavalli. Quando ci vedeva da qualche parte si fermava e veniva a dire due stupidaggini, che non si capivano assolutamente, in quanto parlava un italiano veramente stentato. Quando con noi c’era qualche ragazza, immancabilmente, faceva finta di volerle toccare il sedere (ma non mi risulta che l’abbia mia fatto veramente).
Alfonso” era il nonno di un tizio che veniva a scuola con me. Non sembra che avesse una storia particolare, era scemo è basta.
 
Ripensando a queste persone mi viene un filo di malinconia.
Tutto sommato eravamo molto affezionati a loro, quando non li vedevamo per un certo periodo ne sentivamo la mancanza e cominciavamo a chiederci se li fosse successo qualcosa.
Li prendevamo in giro, ma bonariamente. Quando vedevamo qualcuno di qualche altro giro che esagerava con loro eravamo sempre pronti ad intervenire in loro difesa.
Me li ricordo come parte integrante di quella città…
…certo che pure quello dello “Scemo” del Villaggio è un ruolo veramente importante.
 
 
 
categoria:flash
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FLASH: MUSICA

scritto da Egonautico il lunedì, 14 gennaio 2008,09:00
Oggi mi è prepotentemente tornata in mente…
Sweetness I was only joking when I said I’d like to smash every tooth in your head….. and I’ve no right to take my place in the human race”.
Continua a stupirmi quanto la mia vita sia legata alla sua “Colonna Sonora”… mi basta ascoltare una canzone e vengo investito da una marea di ricordi, emozioni vissute, pensieri… la musica ha indubbiamente un posto d’onore nella mia vita…probabilmente me l'ha pure salvata...
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FLASH: LA SINDROME DELLA RANA BOLLITA

scritto da Egonautico il martedì, 18 dicembre 2007,12:12
Ieri ho letto la storia della rana bollita.
“Se una rana viene messa in una pentola di acqua bollente, farà un velocissimo balzo per saltarne fuori.  Se la rana viene messa in una pentola di acqua a temperatura ambiente, invece, non farà un piega. E se quest’acqua verrà scaldata, piano piano fino all’ebollizione, la rana finirà bollita senza che se ne accorga o, quando se ne accorgerà, sarà troppo tardi”.
Rapportando questo con la vita di tutti i giorni è facile capire come parecchie nostre abitudini, pregiudizi, modi di comportarci, possano lentamente portarci alla “bollitura”.
Ripensando al mio passato, ora, mi rendo conto di essere stato diverse volte vittima di questo fenomeno. Stupidamente e pigramente mi sono lasciato “cuocere nel mio stesso brodo”, anche se probabilmente non ne ero così cosciente.
Credo di essere una persona che reagisce prontamente ai problemi improvvisi ed evidenti, ma mi rendo conto che posso davvero far molto per migliorare certe mie “abitudini”.
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FLASH: LA SICUREZZA

scritto da Egonautico il lunedì, 26 novembre 2007,10:59
La sicurezza è quel sentimento che provi quando, da piccolo, di notte torni a casa in macchina con i tuoi genitori. Tu sei nel sedile dietro e sai che puoi addormentarti tranquillamente, sicuro che qualsiasi cosa accada loro si prenderanno cura di te….
 
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FLASH: IL FLASH DEI FLASH

scritto da Egonautico il venerdì, 23 novembre 2007,16:41
(Da uno scritto del 1982).
 
Erano circa le 18:00 di un giorno di Luglio.
Avevamo scelto una grotta per la cerimonia. Ci sedemmo ed accendemmo un incenso. Qualche stupida parola e poi, fatto, preso.
Dopo una mezz’oretta che non succedeva niente cominciai a sentirmi stupido a stare in quel luogo, tutta l’aurea di misticismo era bella che scomparsa.
Dissi al mio amico che mi sembrava tutto una bella stronzata, probabilmente ci eravamo presi un bel bidone o che qualcosa si era rovinato. Proposi di andarcene a fare un giro verso il paese.
Passeggiammo qua e la per un po’ di tempo, ormai convinti che niente sarebbe successo.
Dopo un paio d’ore cominciai a sentire una strana sensazione, un senso di ansia misto ad una specie di desensibilizzazione a livello degli arti e delle viscere. Mi sembrava un tentativo del corpo di staccarsi dalla mente.
Cominciai ad avere paura e cercai di non pensare a queste sensazioni.
Guardai una bambina, dentro una macchina, che si pettinava; la paura si trasformò in una scossa di terrore, quando vidi che, con un colpo, si pettinò via la faccia: sembrava che fosse di gomma e la spazzola avesse tirato e quasi cancellato tutti i suoi lineamenti. Era mostruosa.
Mi girai verso il mio amico: “ ho visto una che…”. Lui mi interruppe e urlò: “Stai zitto! Non voglio sapere niente!”. Mi resi conto che era nelle mie stesse condizioni.
Guardai il cielo, era di un colore blu carichissimo, sembrava si staccasse per venirmi addosso. I contorni di ogni cosa erano nettissimi. Le cose piccole sembravano ingrandirsi e le cose grandi sembravano rimpicciolirsi.
Guardai il porto, sembrava un quadro di Salvador Dalì.
Decidemmo di tornare verso la grotta, probabilmente eravamo entrambi spaventati; in quel momento rappresentava una specie di rifugio, l’ultimo posto che ci ricordavamo come normale.
Salendo verso la grotta ci trovammo su una specie di promontorio, apparve il mare. Era una visione fantastica: una tavolozza di un azzurro bellissimo su cui le onde creavano dei disegni meravigliosi; alcuni di questi disegni formavano delle strade sull’acqua che le navi seguivano per navigare.
Rimasi incantato, non so per quanto tempo, ad osservare questo panorama.
Quando mi ripresi vidi il mio amico coricato per terra che prendeva in mano delle pietre e le studiava. Non capivo cose stesse facendo.
Ad un certo punto balzò in piedi tenendo una pietra in mano. Cominciò ad urlare verso di me: “Mi sono trovato! Mi sono trovato! Io, sono questa pietra! Guarda che bella!”. Io pensai che fosse impazzito.
Continuò a saltare e ad urlare, fino a quando, improvvisamente si fermò e raccolse un’altra pietra più piccola. Mi guardò e mi disse: “Tu invece sei questa… è piccola e brutta, non è bella come la mia”. E poi ricominciò a saltare guardando la sua pietra.
In quel momento sentii un odio mostruoso che cresceva dentro di me, un parassita incontenibile, un demone nero e malvagio che mi invadeva. Raccolsi una grossa pietra da terra, volevo colpirlo, volevo fargli del male…
Un barlume di ragione. Presi la pietra e la scaraventai per terra. “Vaffanculo!” gli urlai e me ne andai, lasciandolo sul promontorio, in preda al suo delirio.
Scappai letteralmente da quel posto, terrorizzato per quello che avevo provato, per quello che avrei potuto fare.
Quando fui abbastanza lontano mi fermai e mi guardai intorno. Era tutto secco, c’erano delle piante basse che mi sembravano enormi. Le ombre erano spaventose. Stava diventando buio.
Il profumo di mirto era fortissimo, mi invadeva, mi possedeva. Potevo toccarlo con le mani.
Decisi di tornare al campeggio, mi sarei chiuso nella tenda, mi sarei messo a dormire nell’attesa che tutto passasse.
Non volevo camminare per la strada, avevo paura delle macchine. Decisi di passare lungo il mare, dagli scogli, lungo il percorso che avevo fatto nel pomeriggio.
Non riuscivo a percepire le dimensioni, gli scogli mi sembravano montagne enormi. Mi concentrai e cercai di ricordarmi i passi che avevo fatto nel pomeriggio. Andavo avanti a memoria; il prossimo scoglio mi sembrava lontano decine di metri, ma sapevo che con un passo lo avrei raggiunto. Facevo quel passo ed arrivavo sullo scoglio. Continuai così fino ad arrivare al campeggio.
Era buio. Trovai la mia tenda e mi chiusi dentro.
Pochi attimi di tranquillità e poi quel posto divenne il luogo più assurdo dell’universo.
Guardai i miei piedi, mi sembravano lontani chilometri, alla fine di quel lungo tunnel che era diventata la tenda. Il soffitto sembrava cadermi addosso. Lampi di colori vivissimi illuminavano le pareti. Sembrava viva.
Mi sembrò che qualcosa mi toccasse le braccia, ma non c’era niente. Cominciai a sentire delle voci dall’esterno, o meglio, a vedere delle voci. Le voci entravano dalle pareti della tenda, sotto forma di frecce colorate sulle quali c’era scritto quello che dicevano. Le potevo prendere con le mani, leggere, molte erano parole sconosciute, frasi senza senso.
Mi immaginai di essere da qualche parte in Messico, cominciai a sentire della musica, il suono delle maracas.
Alla fine stavano succedendo troppe cose in quella tenda, c’erano troppi colori, troppi suoni, troppe luci. La tenda si muoveva, era viva. Mi sentivo delle cose addosso. Stavo sclerando.
Saltai fuori dalla tenda, scappai sugli scogli, al buio, avanzando a memoria.
Arrivai alla strada, fui di nuovo assalito dall’odore di mirto.
Camminai e camminai, arrivai di nuovo al paese.
Probabilmente c’era una festa, c’era un sacco di gente.
Misi la testa sotto la fontana, per un attimo mi sentii meglio, ma poi tutto ricominciò.
Non sapevo cosa fare e allora cominciai a camminare.
Arrivai ad un incrocio e mi fermai.
Mi misi a guardare le macchine che passavano. Era una delle cose più buffe che avevo mai visto. Le macchine era piatte come un foglio di carta, sembravano un fumetto. Per andare avanti passavano attraverso due lastre di vetro. Rimasi per parecchio tempo a guardarle.
Ripresi a camminare.
Vedevo di nuovo le voci. Le frecce colorate con le scritte uscivano dai vicoli, dai cortili. Leggevo le voci dei bambini.
Ad un certo punto fui spaventato dalla grata di un tombino. Si muoveva, si apriva. Era una bocca che voleva divorarmi. Vedevo gli odori che uscivano da quella bocca. Scappai.
Davanti a me passò un cane nero. Era il cane più brutto e viscido che avevo mai visto. Piatto, storto, deformato. Rimasi a guardarlo, mentre se ne andava via per la sua strada.
Ero esausto, non capivo dove ero, volevo tornare a casa, ma ero troppo lontano dalla mia.
Feci uno strano ragionamento. Tutta quella gente che vedevo in giro sicuramente aveva una casa, per andare a casa, quindi, bastava seguirla.
Mi misi a seguire tutte le persone che mi sembrava stessero andando a casa. Le seguivo a distanza e, quando arrivavano a casa lore, capivo che non era la mia e allora cominciavo a seguire qualcun altro.
Ad un certo punto mi resi conto che non c’era quasi più nessuno in giro, probabilmente era molto tardi.
Mi ritrovai seduto nella piazza del paese. Vedevo qua e la ancora qualche freccia di voce, ma i colori non erano più così vivi.
Rimasi affascinato dal bianco lucido della mia maglietta, mi resi conto che avevo ancora la maglia rossa legata in vita: pensai che fosse un miracolo, anzi era un miracolo che avessi ancora tutto. Feci un controllo: scarpe, pantaloni, occhiali, portafoglio.
Mi toccai le braccia e la faccia, mi sembravano di gomma.
Comunque mi sentivo meglio.
Ad un certo punto sentii delle voci. Vidi arrivare due ragazzi, vestiti in maniera molto appariscente. Li riconobbi erano due gay (li definirei due checche, per come erano vestiti e per come si comportavano) che avevo già visto durante il giorno.
Mi videro lì da solo e si sedettero vicino a me, per cercare di abbordarmi. Non li guardai, spararono qualche cazzata e poi dissero, ridacchiando, una frase tipo: “Stasera dobbiamo proprio trovare un altro bigolo”.
Non provai fastidio o imbarazzo, in quel momento non mi importava niente. Però, probabilmente dovevo avere una faccia da fulminato, perché mi girai verso di loro, li guardai dicendo tranquillamente: “Per favore, lasciatemi in pace”. Loro mi guardarono un attimo e poi se ne andarono senza dire nulla.
Rimasi nella piazza e dopo un po’ arrivo anche il mio amico.
Lo guardai, era in uno stato disastroso, brutto, sporco, con uno sguardo da psicopatico.
Si sedette vicino a me e cominciò a parlare: “Come sono bello, tutto vestito d’azzurro, sono il principe azzurro…”. Pensai che fosse ancora in preda a quel delirio di megalomania iniziato con la pietra. Guardai la mia maglia rossa e pensai: “Allora, probabilmente, io sono il principe rosso”.
Seduti sui gradini sparammo un po’ di cazzate e poi ci avviammo verso il campeggio.
Sulla strada ci fermammo su una spiaggia, era quasi l’alba.
Mi sedetti per terra vicino ad una barca.
Guardai la sabbia, mi concentrai sulle orme lasciate dalla gente durante il giorno e pensai: “Certo che devono aver fatto una gran fatica per fare tutto questo”.
Poi mi addormentai.
Il giorno dopo mi risvegliai cresciuto e cominciai a farmi parecchie domande nuove.
 
 
 
categoria:flash, castaneda
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FLASH: GENERATION X

scritto da Egonautico il martedì, 13 novembre 2007,13:08
Ohhh… grazie al corso di inglese ho capito cosa è la famosa “Generation X”.
A molti sembrerà l’ennesima mia banalità, ma, per me questo rappresenta una piccola illuminazione: il classico esempio di termine o definizione che ho sentito dire un sacco di volte, e che magari ho pure utilizzato, senza saperne veramente il significato… e questo mi fa riflettere sul mio uso empirico della lingua italiana.
Comunque per “Generazione X” (in italiano) si intendono tutte le persone che sono nate tra il 1965 e 1978, gli attuali trentenni e neo-quarantenni… Arghh! Io l’ho mancata solo per un mese e mi tocca chiudere la “Baby Boomers Generation” (1946-1964)… mhhh, un po’ mi dispiace, mi suonava meglio far parte della “Generation X”…
Anche se, tutto sommato, sarebbe ancora meglio far parte della “Generation Y” (1979-1994).
I miei figli, invece, di che “Generation” sono? Non sono riuscito a trovare cosa c’è dopo la Y, forse non è stato ancora deciso… “Generation Z”?
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FLASH: PAROLE ED ASTRAZIONE

scritto da Egonautico il mercoledì, 07 novembre 2007,17:21
Probabilmente questi sono i giorni della parole… continuano a venirmi Flash a riguardo.
Prendendo ad esempio la parola “cane”.
La parola è un’astrazione dell’animale cane. Se io penso alla parola “cane”, mi viene in mente il cane dei miei genitori… ma quasi sicuramente è un immagine che viene in mente solamente a me (almeno nella scena in cui me lo raffiguro)..
Il disegno è meno astratto della parola. Se io disegnassi il cane che ho in mente, quasi tutti capirebbero che si tratta di un cane di piccola taglia, di colore marrone scuro, pelo medio lungo, etc… ma probabilmente quasi nessuno sarebbe in grado di riconoscerlo se lo vedesse.
La fotografia è meno astratta del disegno. Se io fotografassi il cane che ho in mente potrei condividere, con qualche approssimazione, il significato della parola “cane” che ho in mente… ma ci potrebbero essere ancora alcune difficoltà nel riconoscerlo vedendolo (la fotografia è pur sempre in due dimensioni).
L’immagine dal vivo è meno astratta della fotografia. Se ci mettessimo in un po’ a guardare sto cane, ed io dicessi: “Questo è il cane!”, saremmo tutti molto vicini a condividere il medesimo significato per la mia parola “cane”…. ma qui potrebbe iniziare tutta una riflessione sul fatto se “vediamo” o no tutti nella stessa maniera.
 
Maglio fermarsi con due osservazioni:
  • Quando dico una parola, chi la ascolta, visualizza un concetto che potenzialmente è molto diverso da quello che intendo.
  • Se per cercare di descrivere meglio il significato del concetto, che associo ad una certa parola (“cane” ad esempio), usassi tante parole, descrivendo dettagli e sfumature, potenzialmente non farei altro che peggiorare le cose: ogni parola in più sarebbe una nuova astrazione, differente rispetto a quello che io penso, nel pensiero di chi mi ascolta.
 
Certo che, tutto questo, fa nascere un dubbio: potrebbe essere che, quello che dico con le parole, alla fine riesco a capirlo (e neanche completamente) solo io?
Arghhh!!!!
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FLASH: LA MAMMA DI TUTTE PAROLE

scritto da Egonautico il martedì, 06 novembre 2007,14:14
Mi capita molto spesso di dover spiegare il significato di alcune parole (per lavoro, con i miei figli, etc.).
Ma come faccio a spiegare il significato di una parola? A volte ho la fortuna di avere sottomano un qualcosa che visivamente lo può fare intuire, o posso in qualche maniera mimare, ma la maggior parte delle volte l’unico modo possibile che trovo è quello di usare altre parole.
Quindi, per spiegare le parole, devo usare altre parole (che è anche quello che fanno tutti i dizionari).
Ragionando questo mi sembra un paradosso… o meglio, affinché non sia un paradosso dovrei stabilire un punto di partenza fermo su cui costruire tutto il processo. L’unica soluzione è che ci sia almeno una parola che possa essere spiegata senza utilizzare altre parole.
La questione quindi è: quale è questa mamma di tutte le altre parole?
…al che, ovviamente, non sono in grado rispondere.
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FLASH: LA FANTASIA

scritto da Egonautico il lunedì, 29 ottobre 2007,15:31
Ero in macchina con mio figlio più piccolo.
Fermo all’incrocio ho notato che una delle luci verdi dei vari semafori era molto più chiara delle altre.
Mio figlio: “Papà, hai visto che quel semaforo ha una luce più pallida?”.
Io: “Si, l’ho visto. Come mai secondo te è più chiara?”.
Mio figlio: “Perché quell'albero lì vicino le ha fatto ombra tutta l’estate e allora non si è abbronzata come le altre”.
 
Ho deciso di “assumere” mio figlio come "Consulente per le faccende di fantasia"… fino a quando, crescendo, verrà “rovinato” pure lui.
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FLASH: SCAMPOLI DI VITA

scritto da Egonautico il venerdì, 19 ottobre 2007,18:10
L’uomo dalle tante parole incontrò la donna dalle poche parole e pensò subito che fosse bella.
L’uomo cominciò a parlare, a parlare, a parlare…
La donna pensò: “Certo, però, che è un uomo attraente... anche se sembra peggio di una donna”.
L’uomo non si accorse di niente e continuò a parlare, parlare, parlare…
La donna, dopo mezz’ora, disse: “Posso dirti una cosa?”.
L’uomo si fermò, leggermente stizzito: “Eh!? Va bene..”.
La donna lo baciò.
L’uomo dalle tante parole pensò: “Mi avesse almeno interrotto per dire qualcosa...  è noiosa come un uomo”.
categoria:flash, seduzione
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FLASH: L'ANELLO LOGICO

scritto da Egonautico il martedì, 16 ottobre 2007,16:19
“Quello che scrivo in questo blog è falso”.
 
Il che vuol dire che anche la frase: “Quello che scrivo in questo blog è falso” è falsa. Ma se è falsa vuol dire che quello che scrivo in questo blog è vero. Ma se è vero vuol dire che quello che ho scritto è falso. Ma, allora se è falso, vuol dire che dico la verità. Se dico la verità vuol dire che mento, invece se mento dico la verità. Quindi vuol dire che è falso… ma allora è vero… falso… vero… falso… vero… falso…. vero………………falso????????
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FLASH: Anni 80

scritto da Egonautico il martedì, 25 settembre 2007,16:13
Un giorno della scorsa settimana mi è capitato di vedere alla TV uno speciale sulla musica degli anni 80: prepotentemente mi è ritornato in mente un periodo molto significativo della mia vita.
Sono un appassionato di musica e quindi ho sempre ascoltato musica, ma mi sono reso conto che i brani che ho riascoltato l’altra sera rappresentano una vera e propria colonna sonora di alcuni momenti della mia vita: uno per uno hanno riportato a galla ricordi e sensazioni che avevo nascosto chissà dove.
Il decennio degli anni 80 è stato sicuramente uno dei periodi di maggior crescita della mia vita. Il passaggio da bambino attaccato alle gonne della mamma a uomo che segue la sua strada o, come metafora, il passaggio da bozzolo a farfalla (tenendo conto che di farfalle ce ne sono di belle e di brutte..).
È iniziato con Police e Ramones, e finito con REM e Nirvana, passando attraversando Cure, Talking Heads, Wall of Woodoo, Polirock, Julian Cope, Van Halen, Depeche Mode, U2, Stan Ridgway, Ultravox…
È stato un decennio partito con il mondo chiuso in un cortile e finito con l’abbattimento di tutte le porte. Dalle lotte tra il rosso ed il nero all'insulsa uniformità.
Il periodo Freak, capelli lunghi, camice a quadri, marijuana, lsd, chitarra, sacco a pelo, autostop… Il periodo Dark, capelli cotonati, faccia truccata, roipnol, cocaina, vestiti neri… Il periodo serio, giacca e cravatta, la macchina.
La scoperta del mondo, le grandi amicizie, le paranoie, gli innamoramenti, la stupidità, i tradimenti, le band, il gruppo, i cortei, il sesso, la scuola, il lavoro, il militare, le vacanze, i viaggi, la noia, l’entusiasmo, lo sport, gli idoli, la curiosità, la paura, la chitarra, i sintetizzatori…
Parigi, Amsterdam, Francoforte, Barcellona, Madrid, Siviglia, Lisbona, Tangeri, Meknes, …
Le notti, è stato un decennio in cui vivevo tantissimo di notte.
Notti epiche, noiose, acide, di sesso, di parole, di coca, di alcool, grandiose, confuse, di fumo, passate a cazzeggiare, a fare chissà quali progetti, a suonare, a viaggiare, di festa, di cazzate, fredde, calde, piacevoli… i personaggi più strani uscivano fuori di notte… carismatici, squallidi, pericolosi, protettivi, persi…
La sensazione del Down, tutti che si svegliavano e io che dovevo ancora andare a dormire…
Sono stati dieci anni pericolosi… sono stato fortunato… vissuti tra alti e bassi, incredibili accelerate, sbandate, schianti contro i muri… gente persa per la strada… la distruzione dei riferimenti, la ricostruzione di nuovi… strade sbagliate e strade ritrovate…
Sono successe tante altre cose nella mia vita, anche molto importanti, ma non ho più vissuto sensazioni in quella maniera cosi curiosa e incosciente, che solo l’intervento di una buona dose di genuina stupidità può farti provare.
categoria:musica, flash
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