RIFLESSIONE N.40bis: MARIA

scritto da Egonautico il giovedì, 23 luglio 2009,09:51
Pensando ai prosciutti mi è tornata in mente Maria…
(a scanso di equivoci: Maria è un nome inventato… e lei non assomiglia assolutamente ad un prosciutto…).
Maria è una ragazza che per un certo periodo, tanti anni fa, ha lavorato con me.
Io lavoravo in un posto prettamente maschile… diciamo che, tra maschi e femmine, c’era una proporzione di dieci (maschi) a una (femmina).
Maria non era niente di particolare, ma era abbastanza carina, più delle altre ragazze che lavoravano da quelle parti. Era anche simpatica e socievole.
Raccontava che negli altri ambienti che aveva precedentemente frequentato, dove c’erano molte più femmine, non si sentiva particolarmente considerata dai maschi… mi aveva confessato che, per questo, non si sentiva attraente e si sentiva anche insicura… si lamentava che non riusciva a trovare un ragazzo.
Aveva vissuto una storia con un tipo, finita da un po’, che alla fine non amava, ma dal quale non riusciva a staccarsi (fino a quando non l’ha fatto lui) per paura di non trovare qualcun altro.
Comunque, in questo nuovo posto di lavoro, sicuramente spiccava… e quindi ha cominciato ad avere diversi corteggiatori… solo che, come davanti alla parata di prosciutti, non riusciva a decidere quale scegliere.
Le altre ragazze meno carine e meno piacevoli, pur avendo molti meno pretendenti, si sono tutte “sistemate” ed alcune anche molto felicemente…
Lei invece, almeno fino a quando l’ho frequentata, ha continuato a non avere un ragazzo… ognuno aveva almeno un qualche difetto… e sceglierlo avrebbe voluto dire rinunciare ai potenziali pregi degli altri…
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RIFLESSIONE N.40: PROSCIUTTI

scritto da Egonautico il lunedì, 20 luglio 2009,15:06
Non so bene perché…. Ma da quando è storia, se vado con qualcuno ha fare spesa, alla fine mi trovo sempre io a fare la coda per prendere i salumi.
Prendi il prosciutto!!!”… e poi tutti spariscono.
E, come da copione, l’ultima volta che ci sono andato mi sono ritrovato li, di fronte ad una parata di almeno dieci prosciutti, a dover decidere quale prendere.
Pensieri..
C’è un certo “anonimo” nazionale in offerta a 99c l’etto. Boh? Il prezzo mi sembra buono… ma sarà buono lui da mangiare? Non è che ha un prezzo così basso perché è uno scarto?
Poi c’è il blasonato “Gran Biscotto”… solo che costa più caro del filetto di prima scelta. Costerà così caro perché è davvero così buono? O bisogna ancora pagare l’obolo per le pubblicità che ha fatto Mike in passato? Mah?
Oh, c’è pure il “Sabolo”… una mia amica lavora da Sabolo… solo che non abbiamo mai parlato di prosciutti… chissà se sarà buono?
E poi via, uno dietro l’altro: “Parmacotto”, “Raspini”, “Beretta, “Levoni, “Vismara””….
Ma minchia!!! Come si fa a decidere quale prosciutto prendere?
Provo a ricordarmi le varie pubblicità… però mi sembra un po’ idiota scegliere un prosciutto così…
Posso chiedere consiglio alla ragazza che gli affetta… ma alla fine che consiglio mi può dare? A guardarla in faccia non sembra neanche una gran mangiatrice di prosciutti… se glielo chiedo mi sa che mi dice qualcosa tanto per dire… o forse mi dice quello che gli hanno detto di dire…
E certo che, a guardarli, quelli che sono in coda prima di me, sembrano tutti così decisi: “Mi dia un etto di quello”, “Mi dia due etti dell’altro”, “Me lo fa vedere? Va bene, me ne dia mezzo etto”.
Mezzo etto!! Ma come si fa a comprare mezzo etto di prosciutto? Evidentemente si fa… forse sono solo io che mi faccio troppi problemi…
Poi ci sono tutte le variazioni sul tema: affettato sottile, un po’ più spesso, tagliato in due fette, nella vaschetta, in un pacchetto a parte….
Mi viene in mente quanto passo al bar, dopo la palestra, per prendermi un panino da portare via… chiedo semplicemente un panino al prosciutto… non sto mica lì a pensare alla marca, allo spessore della fetta, etc.
Bisogna prendere una decisione…
Numero 34”.
Minchia!!! Il mio numero… tempo scaduto…
La ragazza affettatrice mi guarda: “Dica, signore”
La voce e la mano partono in automatico: “Due etti di quello”.
Probabilmente sono sembrato sicuro e deciso come quelli che mi hanno preceduto… solo che, alla fine, ho preso qualcosa che non so bene cosa sia…
Chissà se quelli prima di me avevano le idee davvero così precise, e sapevano e hanno preso proprio quello che volevano? O hanno bleffato?
 
Alla fine è il solito problema di tutta la vita… se abbiamo troppe scelte il nostro cervello va in tilt… probabilmente non è vero che avere tantissime possibilità ci migliora la vita e ci rende più liberi… forse, alla fine, ci complica semplicemente la scelta prima, e ci riempie di ripensamenti dopo….
 
Comunque…
Alla fine ho preso un prosciutto sconosciuto che costava 1,2 Euro all’etto… non era quello meno caro, ma il secondo meno caro… e questa sembra che sia la classica scelta di compromesso degli indecisi…
 
Però, quando l’ho mangiato, era buono... Sara' stata solo fortuna?
;-)
 
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RIFLESSIONE N.39: PATERNITÀ

scritto da Egonautico il giovedì, 28 maggio 2009,17:13
In questi giorni si parla molto del caso di quella donna, madre di due gemelli che si sono rivelati figli di due padri diversi…
Probabilmente un caso più unico che raro… ma, da un’indagine che ho sentito riportare diverse volte, sembrerebbe che circa il 10% dei figli degli europei sarebbero illegittimi… ovvero, che non sarebbero del padre che pensa siano figli suoi…
.
.
Penso che l’uomo saggio, una volta riconosciuti i figli che ritiene suoi, dovrebbe evitare di farsi domande….
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RIFLESSIONE N.38: GIOVENTÙ

scritto da Egonautico il giovedì, 21 maggio 2009,09:52
In macchina, fermo davanti ad una fermata del tram.
La banchina è piena di ragazzi.
Urlano, si spingono, ridono.
Pantaloni stracciati, mutanda in vista, capelli coperti da gel, occhiali da sole.
Guardano gli altri con aria di superiorità, di sfida, di menefreghismo.
Ascoltano musica dal cellulare ad alto volume.
Uno sputa per terra, uno tira una sberla sulla nuca di un altro, si inseguono correndo incuranti tra la gente.
Uno fa “poti, poti” sulle tette di una delle ragazze, lei protesta, ma per finta, l’amica ride.
Pensieri.
Che gioventù di merda”, “Da scendere e prenderli a calci”, “Ma come si fa ad andare in giro così?”…
…poi, la conclusione: “Minchia! Sto proprio invecchiando…..”.
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RIFLESSIONE N.37: GIUSTIZIA?

scritto da Egonautico il martedì, 05 maggio 2009,16:39
-Aggiornamento-
Ho capito!!! Visto che mi sento indirettamente accusato di maschilismo, ho modificato la storia...
.
P.s: il pazzo l'ho lasciato maschio, ma penso che questo non faccia nascere accuse di discriminazione tra i sessi ;-)
.
Durante il concerto del 1 Maggio, il presentatore ha letto alcuni bigliettini scritti dal pubblico.
L’argomento era: “Il mondo che vorrei”.
Un tal ha scritto: “Il mondo che vorrei è il mondo in cui vincono i giusti”.
Giusto. Effettivamente il mondo ideale è quello in cui regna la giustizia… però, a pensarci bene, come si fa a decidere se una cosa è giusta oppure no?
Se succede qualcosa, come si fa a capire chi è il colpevole da punire?
 
Anni fa ho fatto un corso durante il quale mi è stato chiesto di dare un giudizio sulla seguente storia… ma, sinceramente, ancora oggi non sono arrivato ad una conclusione…
 
Una/un donna/uomo sposata/o gestisce un’attività con il marito/moglie.
Questa attività richiede spesso delle trasferte che comportano parecchie volte l’assenza da casa.
Di comune accordo, i due coniugi, hanno deciso che le trasferte le farà il marito/moglie, mentre la moglie/marito continuerà a gestire l’attività sul posto.
La moglie/marito ha un’/una amante che frequenta quando il marito/moglie è in trasferta.
Una sera, in occasione una di queste trasferte la donna/ l'uomo si mette d’accordo con l’amante per incontrarsi a casa di lui/lei.
Per andare a casa dell’/della amante deve attraversare un fiume, che può essere attraversato mediante un ponte o prendendo un traghetto.
La donna/uomo decide di andare a piedi, attraversa il ponte e si incontra con l’uomo/donna.
Dopo aver trascorso la serata con l’amante/la amante decide di tornare a casa, anche perché sa che tra poco tornerà il marito/la moglie.
Arriva al ponte e vede che ora sopra ci sta un pazzo. Per evitare di affrontarlo decide che è meglio andare a prendere il traghetto.
Arrivata al traghetto si accorge di non avere i soldi sufficienti per il biglietto.
Racconta al traghettatore del pazzo e gli chiede se può salire lo stesso, ma il traghettatore le risponde di no, che senza biglietto non si può prendere il traghetto.
Torna a casa dell’amante, le racconta del pazzo e gli chiede dei soldi per il biglietto. L’amante non glieli da. Litigano e lei/lui se ne va di nuovo.
Poi le viene in mente che, in quella zona, abita un suo amico/amica. Questo/a suo/a amico/a è sempre stato/a innamorato/a di lei/lui, ma lei/lui lo ha sempre rifiutato.
Suona all’amico/a e le racconta la storia dell’amante, del pazzo e del traghettatore. Gli chiede se lui/lei può dargli i soldi per il traghetto. L’amico/a glieli rifiuta e lei/lui se ne va.
Non sa più cosa fare. Poi vede una cabina telefonica, e intuisce di avere abbastanza soldi per una telefonata.
Decide di telefonare al marito/alla moglie, sapendo che ormai è già arrivato/a a casa. Disperata/a gli racconta tutto: l’amante, il pazzo, il traghettatore, l’amico/a. Poi gli chiede se può andare a prenderla/o. Lui/lei le/gli risponde di no e attacca il telefono.
A questo punto la donna/l'uomo decide di attraversare il ponte e di affrontare il pazzo.
Quando arriva sul ponte il pazzo la strangola.
 
La donna/l'uomo è morta/o: di chi è la colpa?
 
 
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RIFLESSIONE N.36: TEMPO….

scritto da Egonautico il martedì, 10 marzo 2009,11:29
Tempo… si dice che esistono diverse definizioni di tempo…
Il tempo convenzionale, basato sulla misura dei periodi di una radiazione di un certo atomo… Il tempo relativo, da.. a… … il tempo filosofico, e qui un sacco di gente si è tritata le meningi… il tempo psicologico, la sensazione personale… Vedi anche qui.
Si dice che il senso del tempo sia basato su come percepiamo il mondo esterno tramite la nostra vista… noi non vediamo le scene fluide, ma vediamo una serie di immagini in sequenza, con un certo periodo tra l’una e l’altra… si suppone che per animali, che vedono queste immagini con una frequenza inferiore alla nostra, il tempo passi più velocemente…meno immagini, meno eventi per la stessa unita' di tempo assoluto.
Si dice anche che il tempo sembra trascorrere più velocemente se facciamo delle cose che ci piacciono…
Mah….
Quindi o io, senza neanche saperlo, sto facendo delle cose bellissime… oppure i miei occhi hanno deciso di mettersi a lavorare ad una frequenza diversa dal solito… visto che, in questo periodo, dal momento che li apro la mattina a quando li richiudo per andare a dormire la sera mi sembra che sia passato pochissimo…
Però, sinceramente, questa cosa non mi piace per niente…
 
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RIFLESSIONE N.35: ELUANA E LA LOGICA

scritto da Egonautico il venerdì, 06 febbraio 2009,15:44
Io, di indole, sono molto portato ad usare la logica.
Usare la logica è molto utile per un approccio pragmatico alle questioni della vita… nel mio lavoro sono molto bravo a capire velocemente dove stanno i problemi e quali potrebbero essere le soluzioni.
Usare la logica, invece, non è molto indicato nelle questioni che riguardano i sentimenti… in questo campo può portare a scelte che non sono le migliori… o, almeno, a quelle che probabilmente sono le meno emozionanti…
 
Stamattina ascoltavo la radio.
Parlavano di Eluana, la ragazza in coma da 17 anni.
Se è giusto forzarla a sopravvivere oppure no, non lo so… non riesco ad avere un’opinione precisa… ma credo che quelli che hanno più diritto a decidere, in questo, siano i suoi genitori e le persone che gli sono state più vicino.
Non è una scelta da prendere usando la logica… quella logica che, invece, avrebbero dovuto usare alcune persone, estranee a Eluana, che ho sentito esprimere opinioni su questo… secondo me, con una leggerezza fuori luogo…
Ho sentito qualcuno dire che non è giusto staccarle il sondino perché potrebbe soffrire… senza tenere conto che, per soffrire, dovrebbe avere coscienza del dolore… e senza tenere conto che, un corpo in quelle condizioni, se avesse coscienza del dolore, tra calcificazioni delle ossa e delle giunture, atrofizzazione dei muscoli, etc. proverebbe continuamente sofferenze allucinanti, peggio delle terribili torture…
Quindi… se non vuoi staccargli il sondino per non farle provare dolore (che tu pensi lei possa sentire)… la stai condannando ad altri anni di sofferenze?
Ho sentito altri dire che non è giusto staccare il sondino perché solo Dio ha il diritto di fare vivere o morire una persona (!!!!!!)… naturalmente, una persona che sostiene questo, per essere coerente, non dovrebbe prendere neanche un’aspirina… se ti è venuto il mal di testa te lo ha mandato Dio, che diritto hai tu di togliertelo? Che diritto hai tu di voler nutrire forzatamente una persona che non è in grado di farlo da sola?
A logica…. io penso che, tutte queste persone, avrebbero dovuto semplicemente starsene zitte…
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RIFLESSIONE N.34: LINGUAGGI

scritto da Egonautico il lunedì, 17 novembre 2008,14:12
La vera differenza tra l’uomo e l’animale è la capacità di usare in maniera sofisticata il linguaggio, per comunicare e per trasmettere informazioni di vario tipo.
Di linguaggi ne esistono tanti tipi: parlato, scritto, del corpo, dei gesti, dei segnali, etc.
E ne inventiamo sempre di nuovi…
 
Anni fa abitavo in un piccolo paesino.
Tra gli automobilisti c’era una sorta di linguaggio. Quando ti trovavi fermo ad un incrocio, mentre in lontananza arrivava un’altra macchina che aveva la precedenza, se l’altro autista faceva lampeggiare i fari significava: “Prego, passa pure”.
Al che sapevi che ti potevi immettere tranquillamente nella via, e lui rallentava.
Acquisito il linguaggio, noi abitanti di quel posto, andavamo d’amore e d’accordo (…vedi poi nota sotto).
Mi sono poi trasferito a Torino e, dal punto di vista di questo linguaggio dei fari, è stato come se fossi andato in Cina a cercare di comunicare in italiano… dopo aver rischiato la vita diverse volte ho capito che, nel linguaggio di Torino, se uno ti faceva lampeggiare i fari voleva dire: “Stai fermo, brutto bastardo, che passo io prima io”.
Alla fine ho imparato il nuovo linguaggio… e sono sopravissuto.
 
Un’estate sono andato in ferie in Calabria e ho affittato una macchina.
Quello che mi ha subito sconvolto è stato che, quando guidavo in città, quasi tutti i pedoni, se dovevano attraversare facevano che buttarsi in mezzo alla strada!!! Ho inchiodato diverse volte ed ho rischiato di investirne diversi… e questi qua si incazzavano da bestia, pur avendo torto!!!
Boh?
In un primo momento era arrivato alla conclusione che, in Calabria, il pedone è sacro.
Solo che poi, quando mi sono trovato io a fare il pedone, ho cominciato di nuovo a rischiare la vita: con me, manco sulla strisce pedonali e con il verde a mio favore si fermavano!!! E, di nuovo, si incazzavano pure!!!!
Al che ho intuito che pure per questo ci doveva essere un qualche linguaggio
Sono stato diverso tempo a studiare pedoni ed automobilisti… ma non ci ho capito niente.
Tornato a Torino sono andato a chiedere ad un mio amico calabrese.
Mi è stato spiegato che, per un “foresto”, è un linguaggio complicatissimo da capire: un modo di lanciarsi velocissimi sguardi tra automobilisti e pedoni, in base al quale si capisce chi deve passare per primo….
 
Nota: “d’amore e d’accordo” in inglese si traduce in “like a house in fire” (“come una casa in fiamme”)… e anche questo la dice lunga su come anche il linguaggio parlato abbia preso, in posti diversi, strade imprevedibili (...oltre alle diverse parole e grammatiche).
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RIFLESSIONE N.33: L’INFINITO ED IL NULLA

scritto da Egonautico il venerdì, 03 ottobre 2008,15:31
In questi giorni è morta una persona che conoscevo bene.
In questo c’è tutta una parte di dolore e dispiacere da parte mia e dei suoi cari, che però non voglio assolutamente riportare qui.
Voglio parlare di tutta un’altra serie di pensieri generati da questo evento.
Non è la prima persona che vedo morire.
Non mi ha fatto paura e non mi ha impressionato, mi è sembrata una cosa naturale.
 
Una delle sensazioni che continua a presentarsi nella mia testa è quella di una quasi totale perdita di valore di un sacco di discorsi, affanni, rimpianti, paure, miei o di altri, nella vita reale o, per esempio, in questi blog, che di fronte a questi eventi, sembrano colorarsi di inutilità e stupidità… per dirla alla Battiato: “quante stupide galline che si azzuffano per niente”.
Tanti valori di una vita sembrano sparire in un attimo.
Ci sarebbe da imparare qualcosa da questa sensazione… e forse qualcosa si impara davvero… ma, quasi sicuramente, con il passare del tempo la sensazione sparisce e la vita tende a riprendere il suo solito colore.
 
E poi continua a girarmi per la testa la domanda: “Cosa succede dopo la morte?”.
I vari discorsi “religiosi” continuano a sembrarmi una stupidaggine… il paradiso, l’inferno e tutte le altre cose che hanno cercato di inculcarmi da piccolo… non riesco a sentirle mie… E Dio? Penso che una qualche entità superiore (la natura? Il caso? …) possa esistere: bene o male tutto il nostro mondo è regolato da regole che in qualche maniera saranno state stabilite… ma che questa entità si metta direttamente in contatto con ognuno di noi, anche solo al momento della morte, mi sembra troppo presuntuoso… penso che il Dio descritto degli uomini, alla fine, sia solo un’invenzione degli uomini.
Anche spiriti e fantasmi mi sembrano solamente una “semplificazione”, inventata da qualcuno che forse ne sentiva il bisogno…. Ma ci pensi? Miliardi e miliardi di anime che vagano da qualche parte non potrebbero neanche essere rapportate al nostro mondo… altro che sovraffollamento…
C’è anche chi ha fatto degli esperimenti (la perdita di 21 grammi di peso oppure l’improvviso impulso elettrico che si genera nel momento del trapasso) che proverebbero l’esistenza dell’anima… ma mi sembra che, alla fine, non provino molto… a riguardo dell’anima.
Il mondo immateriale? Boh? Non riesco proprio ad immaginarlo… un mondo di niente… il nulla, come dicevo nel post precedente, non è un concetto che riesco ad afferrare.
Di fronte a questi eventi, una persona che muore e sparisce irrimediabilmente dal mio mondo, il mio pensiero ha sicuramente dei limiti… non riesco ad accettare il fatto che poi non ci sia più niente, ma accettare che ci sia qualcosa vuol dire accettare il fatto che esista l’infinito… che ci siano infinite “vite”, altrimenti vorrebbe dire che dopo una delle prossime “vite” ci dovrebbe essere il nulla… alla fine non riesco a convincermi neanche che ci sia veramente qualcosa.
Continuo ad ingarrupparmi tra il concetto di infinito… ed il concetto del nulla…
L’unico punto veramente a favore dell’infinito che trovo è la coscienza di me, la sensazione del mio io, che mi sembra impossibile possa semplicemente sparire, al cessare del funzionamento del mio corpo….
 
P.s: giuro che da domani riprendo con i soliti discorsi….
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PRE-RIFLESSIONE N.33: L’INFINITO ED IL NULLA

scritto da Egonautico il giovedì, 02 ottobre 2008,16:06
In questo periodo ho avuto a che fare con situazioni poco piacevoli che mi hanno fatto riflettere su argomenti, piuttosto pesanti, con cui, purtroppo, prima o poi abbiamo tutti a che fare…. Quindi seguiranno “pensieri” piuttosto “pesanti”… Voi che continuate a leggere siete avvisati ;-)
Questa pre-riflessione serve come preludio ad una riflessione che posterò a breve.
 
Fin da quando ero piccolo sono sempre stato affascinato dal concetto di infinito (come, per il vero, anche da altri).
Mi sembra di ricordare ancora la prima volta in cui ci ho pensato. Avevo intorno ai 5-6 anni e mia zia mi aveva portato, nella notte di S.Lorenzo, a vedere le stelle cadenti sulla spiaggia. Guardando il cielo buio mi è venuto un dubbio, e ho chiesto a mia zia: “Zia, ma dopo il cielo cosa c’è?”. Lei mi ha risposto: “Per quanto ne so, altro cielo e altre stelle, il cielo è infinito, non ha una fine”.
Da quel momento ho cominciato ad avere questo pensiero che si ritorce su se stesso: il cielo (lo spazio) non può non avere una fine, non riesco ad immaginarlo, ma se ha una fine, dopo ci deve essere qualcosa d’altro… ma questo qualcosa d’altro? È infinito o ha una fine? Se è infinito non riesco ad immaginarlo, ma se ha una fine, allora ci deve essere altro… e così via.
Questo è quello che mi spiazza: da un lato non riesco ad immaginare che lo spazio sia infinito, mentre dall’altro lato non riesco ad immaginare che sia finito. È una specie di loop concettuale.
Quindi non riesco a trovarmi a mio agio neanche con il concetto del nulla (che poi è molto legato al concetto dell’infinitamente piccolo). Non riesco ad immaginare uno spazio dove non c’è assolutamente nulla.
Non riesco ad immaginare niente che sia senza fine e non riesco neanche ad immaginare niente che abbia davvero un limite oltre al quale non ci sia proprio niente (mi sembra che ad ogni cosa ne debba per forza seguire un’altra, senza discontinuità).
Credo che questo sia uno dei punti limite del nostro pensiero, e credo che dietro a questo ci siano tantissimi degli interrogativi che ci poniamo nella nostra vita.
 
Anche nella matematica, che è utilizzata come strumento per creare modelli che riproducono il mondo che ci circonda, l’infinito è una fonte di paradossi mica da ridere…
Uno per tutti:
Immaginiamo di avere un albergo con un numero infinito di stanze, numerate da uno a infinito.
Arriva una comitiva di infinite persone, e ad ognuna diamo una stanza.
L’albergo, a logica, dovrebbe quindi risultare completo, senza più stanze libere.
Ma se arriva una persona nuova basta chiedere a tutte le persone dell’albergo di spostarsi nella stanza con il numero successivo alla propria. Si libera la stanza numero 1 e la nuova persona si sistema li.
Visto il concetto di infinito questo ragionamento sembra non fare una grinza… a parte il fatto che sembra voler dire che infinito è uguale a se stesso più uno (è come dire che io sono alto come me stesso più un centimetro!!!!).
E se arrivano 20 persone nuove? Posso fare la stessa cosa, tanto l’infinito è… infinito. Però, a questo punto, vuol dire che l’infinito è uguale a se stesso più 20!!!
E se arriva un’altra comitiva di infinite persone, basta chiedere a quelle presenti di spostarsi, ad una ad una, nelle camere con il numero pari… si liberano tutte le camere con i numeri dispari, che sono infinite… e quindi ci stanno tutte le persone della nuova infinita comitiva.
Ripetendo questo procedimento infinite volte arriviamo al risultato che l’infinito è infinite volte se stesso!!!
Ma… se dall’albergo se ne vanno via infinite persone, quante camere rimangono occupate? Una, venti o infinite? Credo che la “teoria” dica infinite… ma mi sembra più che altro una convenzione… che crea un altro paradosso:
una volta che raggiungi l'infinito non ne puoi piu' uscire....
 
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RIFLESSIONE N.32: SOLO O IN COMPAGNIA?

scritto da Egonautico il giovedì, 25 settembre 2008,10:49
Indubbiamente a me piace avere gente intorno.
Mi piace parlare, ascoltare, scambiare idee, farmi raccontare qualcosa.
Mi piace spiegare o insegnare qualcosa, mi piace imparare da altri.
Nel mio ufficio lascio sempre la porta aperta, come invito per chi vuole entrare.
Mi piace guardare le altre persone e mi piace anche quando qualcuno mi guarda (con discrezione, ovvio… altrimenti parte il disagio).
Se sono stanco e qualcuno mi invita a fare qualcosa di “sociale”, se posso, non dico mai di no.
Ma mi piace anche stare da solo… a volte ne sento proprio il bisogno.
La sera cerco di mettere tutti a dormire e di tenere dieci minuti per me… in quei dieci minuti mi piace rivivere quello che ho vissuto durante la mia giornata.
Ecco… il mio bisogno è questo… ho bisogno di rielaborare in solitudine quello che ho vissuto in compagnia. È in quei momenti che capisco davvero quello che mi è piaciuto e quello che no.
È una voglia di solitudine generata dall’essere stato in compagnia.
Probabilmente tutto questo è dovuto al fatto che sono semplicemente un “Numero 5”.
 

RIFLESSIONE N.31: 10000

scritto da Egonautico il lunedì, 15 settembre 2008,15:32
Mavaf....! Oggi ho guardato il counter: ho superato i 10000!!!!
Ma minchia, sono invecchiato pure qui…
Certo che questa è una delle fregature della vita. Cominci a trovarti in mezzo alla gente e, di solito, sei il più giovane… poi, passa il tempo, e succede sempre più spesso che ti trovi in mezzo ad altra gente e sei tra i più vecchi, se non il più vecchio, a volte come età, a volte come anzianità.
A essere sincero non è che mi faccia troppi problemi nell’invecchiare, anzi, per ora ci trovo diversi pregi… ma anche la situazione del giovane ha i suoi innegabili vantaggi…
Da bambino guardi i grandi e puoi pensare “Chissenefrega, tanto ci sono loro che ci pensano risolvere i problemi”, e continui a giocare o a fare quello che ti passa per la testa… tanto sei piccolo e sono tutti d’accordo che non sai ancora bene come funziona il mondo.
Basta pensarci un attimo… e chi ha figli lo sa molto bene… per capire che da un bambino si accettano e si fanno cose che quasi nessuno accetterebbe da, o farebbe per, un adulto.
Quando diventi grande, ma sei nuovo in qualcosa hai sì delle ansie, ma hai anche la sensazione che, tutto sommato, se fai una cazzata sei scusabile… sei nuovo, non hai esperienza, appunto… è normale che tu debba imparare come funziona in quel posto.
Quando sei giovane o quando sei nuovo, puoi immaginarti tante cose… va beh, se sei proprio uno sfigato/depresso magari ti immagini tutto peggio di quello che è… ma, se sei normalmente ottimista, te lo immagini sicuramente meglio. Invece, quando diventi adulto o anziano, cominci a capire dove stanno le fregature… e le aspettative cominciano a diminuire drasticamente.
Però la vera nota di malinconia è la questione della “prima volta”. La “prima volta” di un qualcosa, appunto, c’è solamente una volta… e certe “prime volte” sono molto belle e importanti… il primo bacio, il primo vero amore, il primo figlio… e più passa il tempo e meno te ne rimangono di “prime volte”… belle… ti rimangono, più che altro, quelle che eviteresti volentieri…
 
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RIFLESSIONE N.30: SINTASSI, GRAMMATICHE, ORTOGRAFIE

scritto da Egonautico il mercoledì, 06 agosto 2008,16:38

Premetto che questa è una riflessione un po’ impegnativa (o, se preferite, noiosa…) che ho fatto assieme al “Consulente per Le Faccende di Fantasia”…. Quindi, se non siete predisposti, lasciate perdere….
 
Il Consulente fa finta di cadere e di andare a sbattere con la parte bassa della gamba contro un gradino: “Papà, vero che se batto così forte mi rompo l’osso?”.
Ego: “Eh si, potresti davvero rompertelo… quindi lascia perdere…”.
Il Consulente, mimando lo stesso movimento ma con entrambe le gambe: “Così, invece, potrei rompermi tutti e due gli ossi… vero?”.
Ego: “Gli ossi? No! Si dice le ossa!
Consulente: “Le ossa?”.
Ego: “Si, potresti romperti entrambe le ossa…”.
Consulente: “Ma osso è maschio!” (n.d.r. maschile)
Ego: “Si, esatto”.
Consulente: “E ossa, invece, è femmina” (n.d.r. femminile)”
Ego: “Bravo”.
Il Consulente sembra perplesso, pensa, poi: “Ma, un osso è maschio… quindi, se prendi due osso maschio, vuoi dire che diventano due osso femmina?”.
Ego: “Beh si, ma è solo una convenzione con le parole…”.
Consulente: “Cosa vuol dire convenzione?”.
Ego: “Qualcuno ha cominciato a dire così, altri lo hanno imitato e poi alla fine si è deciso che andava bene così per tutti”.
Consulente: “Ma che convenzione è?”.
Ego, che pensa di essere sempre il più furbo, si fa due pensate e poi dice: “La convenzione che tutte le parti del corpo umano da sole sono maschio, ma insieme si dicono come se fossero femmine. Quindi si dice l’osso e le ossa, la mano e le mani, il braccio e le braccia, il piede e i piedi… i piedi… emhh,no… la gamba e le gambe… no, no, mi sa che ho detto una stupidaggine… è una convenzione che non centra niente con le parti del corpo”.
Consulente, sempre perplesso: “Ma chi è che decide queste convenzioni?”.
Ego: “Mah? Come ti dicevo… qualcuno comincia a dire in una certa maniera… e poi si decide che è così per tutti…”.
Consulente: “Si, ma chi è quello che decide che è giusto dire così?”.
Ego: “Emh… non lo so”.
Consulente: “Secondo me c’è il Dittatore Delle Parole che decide come vuole lui, poi glielo dice alle maestre che ce lo devono poi dire a noi…”.
Ego: “Ahhh….”.
 
Ora continua a girarmi in testa questa storia.
Effettivamente, una parola, è semplicemente l’associazione di un suono con un oggetto o con un concetto. E questa associazione è solamente una convenzione… altrimenti non esisterebbero lingue diverse e le parole sarebbero uguali per tutti.
Sono contento di questa convenzione, visto che mi permette di comunicare con quelli che parlano la mia lingua… per esempio, come per tutti gli italiani, cane io lo dico “cane” e non (tanto per dire) “gurururu”… anche se non c’è una vera ragione logica perché cane non si possa dire “gurururu”…
E lo stesso vale per la grammatica…. Si dice una Lira e dieci Lire, si dice un Dollaro e dieci Dollari… si dice un Euro… ma se dico dieci Euri mi guardano come se fossi un babbeo… e anche qui non mi sembra che ci sia dietro una qualche logica… solo convenzione.
E anche per l’ortografia… se scrivo un amico va bene… ma se scrivo un’amico?
Poi, allargando gli orizzonti, ogni lingua di questa terra ha le sue parole e le sue regole.
Va tutto bene… ma continua a rimanermi il dubbio:
 
Chi cacchio le decide tutte queste regole?
…vuoi vedere che esiste per davvero questo Dittatore delle Parole…
 
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RIFLESSIONE N.29: DONNE E UOMINI A PESCA

scritto da Egonautico il venerdì, 04 luglio 2008,17:40
Stamattina mi sono trovato a fare quattro parole con una mia collega.
Abbiamo parlato di giovani di oggi e di quando eravamo più giovani noi, in particolare dei bei tempi di quando si usciva per andare a “cuccare”.
Mi è venuto da riflettere su come erano diversi i metodi tra uomini e donne.
Ovviamente esistono anche uomini super seducenti e donne super imbranate, ma, senza generalizzare troppo, mi viene in mente un paragone con la pesca che ho letto tempo fa.
 
Quando la donna va a pesca prepara tutto con cura. Per prima cosa sceglie bene la preda e la studia. Fantastica sulla ricetta migliore per gustarla. La osserva nel suo insieme, cerca di capire le sue abitudini, i suoi gusti. Poi con pazienza prepara l’esca, sfruttando gli innumerevoli mezzi a disposizione di una donna. Quando è tutto pronto, cerca il posto migliore dove mettersi e, apparentemente in maniera casuale, lascia cadere l’esca vicino alla preda. Molte volte la preda abbocca senza neanche accorgersene.
 
Quando un uomo va a pesca, invece, decide più o meno la preda, poi entra in acqua e cerca di catturarla a bastonate. E quando pensa di averla presa, di solito, si è fatto pescare.
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RIFLESSIONE N.28: VITE PARALLELE

scritto da Egonautico il giovedì, 05 giugno 2008,13:12
In questi giorni mi è capitato di nuovo in mano un libro sull’Enneagramma e ho seguito un breve incontro sui pericoli derivanti dall’abuso di Metamondo (e si… esistono pure i “tossico” dipendenti di questo… con effetti inquietanti, ne parlerò meglio in futuri post), e questo mi ha acceso qualce lampadina.
Insomma, forse dovuto anche alla mia forte tendenza per il numero 5, mi sono reso conto che praticamente io vivo una serie di vite parallele, più o meno separate tra loro…
E, a pensarci bene, queste vite sono pure tante… tra queste:
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La vita in famiglia. Questa è la vita degli affetti, ma anche quella con più responsabilità e più grane. Qui rivesto il ruolo di marito, genitore, figlio, zio, fratello, genero, cognato, etc. e condivido parenti, amici di famiglia, conoscenti, vicini… con tutte le imprevedibili variabili che nascono da questi intrecci.
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La vita lavorativa. Questa è la vita che, più delle altre, mi identifica a livello sociale… quando qualcuno ti chiede: “Cosa fai nella vita?”, è difficile sentire dire: “Quello è un padre” o “Quello è un marito”, di solito si dice: “Quello lavora alla Fiat”, “Quello fa l’avvocato”, “Quello vende al mercato”, etc. E qui rivesto il ruolo di capo, di collega, di subordinato, di cliente, di fornitore, di amico, etc. a seconda di chi ho dall’altra parte in quel momento. E, cosa non trascurabile, qui guadagno quello che mi permette di “mantenere” le altre vite.
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La vita nel Metamondo. In questa vita, invece, vivo la mia Metavita… scrivo pensieri, leggo pensieri… forse mi creo un personaggio, o forse mostro solamente parti di me che in altri momenti non è così facile mostrare… conosco persone, o meglio, conosco aspetti di persone e mi relaziono con questi. Nelle altre vite posso dire che interagisco con persone… qui mi viene meglio dire che mi connetto con persone. Certamente quello che mi affascina è la casualità e l’imprevedibilità di questo mondo… l’entrare in contatto con persone che, quasi sicuramente, non avrei mai potuto incontrare nelle altre vite (ma di questo ne ho già parlato).
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Pensando solamente a queste tre vite, quello che mi è violentemente saltato in mente in questi giorni è che sono discretamente separate tra loro… alla fine l’unico vero punto di contatto sono io.
Tra la vita di famiglia e quella lavorativa qualche contatto c’è, ma, sinceramente non è che in famiglia parli di tutto quello che faccio al lavoro, e, con i colleghi, non è che parli di tutto quello che succede in famiglia… anzi, direi che diverse persone che stanno in una delle due vite potrebbero quantomeno rimanere perplessi di alcune cose che faccio nell’altra…
La vita nel Metamondo (mi riferisco a l’Egonauta) è a senso unico… qui, tutto sommato, racconto diverse cose che mi succedono nelle altre vite… forse anche cose che non ho mai detto davanti a persone in carne ed ossa… ma, nelle altre mie vite, non credo che ci sia qualcuno a conoscenza di questa vita… ma questa è una scelta ben ponderata.
 
categoria:riflessioni
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